Noci e invecchiamento cerebrale: metaboliti associati a uno spessore corticale meglio preservato

Mangiare noci protegge il cervello che invecchia? Un’analisi dello studio WAHA offre un indizio, non una dimostrazione. In adulti anziani cognitivamente sani, l’aumento di alcuni metaboliti prodotti dal microbiota era associato a una migliore conservazione dello spessore corticale nell’arco di due anni. Questo risultato riguarda un marcatore misurato tramite risonanza magnetica, non un miglioramento dimostrato della memoria.

Noci e rappresentazione di una risonanza magnetica cerebrale che illustrano lo studio delle urolitine e dello spessore corticale.
NutrizioneIllustrazione editoriale, non un dato dello studio.

Un’analisi su 104 partecipanti seguiti per due anni

Lo studio WAHA confrontava il consumo quotidiano di noci per due anni con un’alimentazione di controllo. Questo sottostudio comprende 104 partecipanti del centro di Barcellona sottoposti a risonanza magnetica strutturale all’inizio e alla fine del periodo di osservazione.

I ricercatori hanno misurato le concentrazioni urinarie di urolitine, metaboliti prodotti dal microbiota a partire dagli ellagitannini presenti nelle noci. Hanno poi cercato associazioni tra le variazioni di queste concentrazioni e quelle dello spessore della corteccia, utilizzando modelli statistici aggiustati.

Le analisi tenevano conto anche del metabotipo dei partecipanti, una classificazione legata alle differenze individuali nella produzione di urolitine.

Un segnale osservato soprattutto in alcune regioni cerebrali

Tra i 55 partecipanti del gruppo che consumava noci, un aumento maggiore dell’urolitina A, dell’urolitina C e di un coniugato glucuronide di quest’ultima era associato a una migliore conservazione dello spessore corticale. Le associazioni riguardavano principalmente regioni dell’emisfero destro ed erano più marcate nelle persone con metabotipo B.

Lo spessore corticale è un biomarcatore utilizzato per studiare la neurodegenerazione legata all’età. La sua conservazione non basta tuttavia a dimostrare un beneficio percepibile sulle capacità cognitive. L’abstract fornito non riporta risultati sulla memoria o sul rischio di demenza.

Lo studio è randomizzato, ma l’associazione non dimostra la causalità

La distinzione conta: l’assegnazione del regime alimentare era randomizzata, non l’aumento delle urolitine. Collegare le loro variazioni a quelle della corteccia resta quindi un’analisi di associazione, anche all’interno di uno studio clinico.

Questi risultati sostengono una linea di ricerca sulle differenze di risposta a uno stesso alimento in funzione del microbiota. Non dimostrano né che le urolitine causino la conservazione osservata, né che un integratore di urolitina riprodurrebbe questa associazione. L’abstract non fornisce neppure un confronto diretto che consenta di concludere, in questo caso, che le noci abbiano un effetto protettivo rispetto all’alimentazione di controllo.

I limiti da tenere a mente

È stato consultato solo l’abstract su PubMed, non il testo integrale. L’analisi riguarda un sottogruppo di 104 partecipanti e associazioni tra variazioni biologiche. La gestione dei confronti multipli, il finanziamento e i conflitti di interesse non hanno potuto essere verificati sulla base dell’estratto fornito.

Cosa possiamo ricavare

Questo studio collega alcuni metaboliti delle noci a un marcatore cerebrale meglio preservato. Non dimostra che mangiare noci o assumere urolitine prevenga il declino cognitivo.

Fonti e provenienza

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